Qualche giorno fa ho letto un articolo proveniente dai feed di AlterVista intitolato “Il web è veramente uno schifo“. L’articolo faceva delle considerazioni sul fatto che il tanto amato web 2.0 è in realtà un mondo in cui tutto viene copiato, riciclato, rielaborato, spacciato per proprio. E’ sicuramente un fatto vero che molti webmaster non rispettano il prossimo e semplicemente fanno copia e incolla di contenuti prodotti da altri. L’articolo termina con un post scriptum del genere “ah ho dimenticato…” (trasposizione di un modo di dire che ha senso solo nella comunicazione verbale… cavolo se scrivo un articolo lo rileggo almeno una volta! ndCaribe) che dice “Dopo le brutte esperienze avute non posto quasi più nel web contenuti originali, ma solo cose scopiazzate per passatempo.“. Più che una resa una nuova presa di posizione. Continua a leggere »
Archiviato il 09/11/2009 alle 12:21 come News da Caribe 1999
Si sa che in tempo di crisi bisogna stringere la cinghia e usare i fondi a disposizione in modo oculato per dare uno stimolo alle aziende. Si sa che in Italia mancano tante cose per cui se decidi di stanziare 800 milioni per lo sviluppo è una cosa buona. Finché non bisogna decidere dove usare questi soldi…
Il CIPE, un organismo di governo, ha deciso che il sud d’Italia ha più bisogno di sistemare le sue strade che non tutta l’Italia della banda larga. Più strade al sud miglioreranno il paese? Bho vedremo. Ho qualche dubbio però.
E chi dice che tanto solo il 50% degli italiani usa la rete? Bhe, se non avessero costruito le strade asfaltate perché tanto la maggior parte di persone usava ancora il cavallo e poi l’automobile saremmo ancora fermi a inizi ‘900.
Archiviato il 27/10/2009 alle 18:11 come News da Caribe 1999
Geocities è uno storico servizio di hosting gratuito. Nato nel lontano 1994 come Beverly Hills Internet (BHI) ha avuto un’impostazione originale catalogando i siti in “quartieri” e puntando molto sul concetto di community. Geocities ha raggiunto il suo apice a fine 1998 quando ogni azione valeva oltre 100 dollari ed era il terzo sito web più visitato al mondo.
A inizio 1999 Yahoo! acquisì la società decretandone il declino. Un primo duro colpo fu quello di tentare di imporre un regolamento con cui i contenuti degli utenti diventavano proprietà di Yahoo!. L’atteggiamento poco amichevole di Yahoo! nel gestire la cosa svuotò di fascino il marchio Geocities e i vari webmaster cominciarono a migrare verso nuovi hosting. Si eliminò anche l’inutile, ma simpatico, sistema a quartieri. Capendo che non era economicamente remunerativo si cominciò una politica che doveva portare i webmaster ad utilizzare la piattaforma a pagamento di Yahoo!, ma il tentativo non ebbe grande successo e Geocities è pian piano finito nel dimenticatoio.
I vertici di Y! se ne ricordarono soltanto alcuni mesì fa, ad Aprile. In un’ottica di risparmio si decise di staccare la spina. Dal 23 Aprile 2009 è impossibile registrare nuovi account e il 26 Ottobre il tutto è stato oscurato. A differenza con quanto successo con Tripod di Lycos non si è nemmeno tentato di vendere Geocities a qualcun’altro. Questo la dice lunga su quanto volevano bene a Geocities.
Esistono però nel mondo tante persone che hanno a cuore la conservazione delle cose, non perché abbiamo un valore commerciale, ma perché rappresentano un oggetto storico da conservare per chi verrà dopo di noi. Sono così nati diversi progetti. Oltre al solito Archive.org che si è fatto avanti con un proprio progetto, è da segnalare anche l’iniziativa di Jason Scott. Delle teche di vetro che conserveranno Geocities per il futuro.
Jason Scott si è poi sfogato contro lo staff di Yahoo!, lamentando un’assoluta non-collaborazione, tanto da cominciare a odiare Yahoo dal profondo del cuore. Come dargli torto? Ma come abbiamo visto Yahoo ha sempre trattato Geocities come un estraneo, non salutando neanche quando lo ha accompagnato all’uscita, verso il paradiso dei siti web.
Abbiamo stabilito che è la moda del momento (e il momento è già un po’ che dura): avercela con Facebook. Anche il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha scoperto che Facebook è il male e che ci sono dei forum in cui c’è gente che ce l’ha a morte con Berlusconi, nel senso che lo vorrebbe proprio morto (e ci voleva Facebook per scoprirlo?).
Ora, è vero che augurare la morte di qualcuno è sempre una cosa disdicevole tranne nei casi politicamente corretti come Hitler, Saddam, Osama Bin Laden, Fidel Castro (che si tocca le palle) o Ahmadinejad (che tocca ferro), sarà anche reato come dice Alfano, però una cosa vorrei dirla: “ma va ‘ccidite va!”.
Un recente studio dell’università del Michigan, durato due anni, ha stabilito che Internet si sta riorganizzando. E che gran parte del traffico si sta sempre più concentrando su pochi soggetti. Un cambiamento rispetto alla rete dominata dal P2P fino a pochi anni fa. Continua a leggere »
Nell’ultimo post commentavo le esternazioni di De Benedetti e chiudevo facendo allusione al fatto che i “giornalisti”, cioè quelle persone che hanno studiato e sono iscritti ad un albo per esercitare la propria professione, prendono sempre più cantonate dal web. Ecco un altro esempio…
Studio Aperto (ok, va bene, non è esattamente un telegiornale, ma ci lavoreranno dei “giornalisti”, spero) ha mandato in onda un servizio nel quale parlava dei recenti disastri nel sud-est asiatico. Parte delle immagini erano però tratte da un video del 2007 sulla tempesta che si era abbattuta sull’Heineken Jammin’ Festival di Mestre… fantastico! Casualmente è stato un blogger a scoprire il fatto.
Già qualche tempo fa, se ricordo bene in Gran Bretagna, qualcuno aveva avanzato una certa ipotesi: Internet sostenga la Televisione. Ovviamente, e sottolineo ovviamente, si alzò un coro di voci contrarie a tale proposta. Che razza di idea è quella di finanziare un sistema obsoleto come la TV ottenendo il denaro dal mezzo del futuro? E’ come se a inizio ‘900 si fosse imposta una tassa sulle auto per finanziare la produzione di carrozze. Una cosa senza senso.
Qualche settimana fa Rupert Murdoch, a capo di News Corp, ha deciso che le news su internet devono essere pagate. La cosa va un po’ contro il modello che ha consentito la crescita di servizio fino ad diventare il servizio che oggi conosciamo, ma ognuno è libero di applicare il modello economico che preferisce. Sarà il mercato a decidere se è un modello è vincente oppure no.
Facciamo due considerazioni. Attualmente i giornali italiani, ma non solo, sono in crisi. Vendite in calo, costi che si alzano. Internet è sicuramente una delle cause principali: le persone che leggono i giornali sono quelle più orientate alle novità e che hanno trovato in Internet una fonte inesauribile di notizie, approfondimenti, ecc… L’altra è la tanto sbandierata crisi che ha ridotto gli introiti pubblicitari. De Benedetti se la prende anche con Google, in particolare Google News, che copia un articolo di una fonte e la propone all’interno delle sue pagine, lucrandoci grazie ai suoi banner pubblicitari. Se da una parte questo sistema porta notorietà alla fonte originale, dall’altra la penalizza economicamente. Può essere un vantaggio per un piccolo blog amatoriale, ma è un problema per un’azienda che deve pagare degli stipendi. Se ne sta parlando proprio in questi giorni per trovare una soluzione e l’intervento del presidente de L’Espresso rientra in questo discorso.
Fin qui nulla da obiettare. Inquietanti invece le soluzioni che De Benedetti propone.
La prima proposta è che i giornali passino completamente al web. Facendo un parallelo col passaggio della televisione dall’analogico al digitale De Benedetti propone di finanziare i giornali per fare lo loro, storica, metamorfosi. Cosa mi tocca sentire! Il parallelo è completamente fuorviante: la televisione cambia l’infrastruttura (l’etere) che è data in concessione dallo stato. Visto che è lo stato a imporre il cambio si accolla una parte delle spese. Internet invece è un’entità privata che lo stato stenta a controllare. Se il mercato indica una direzione allora sono i soggetti che ci lavorano a doversi semplicemente adattare. Se i giornali hanno ignorato per anni il problema è solo colpa loro e non si capisce perché dovrebbero arrivare dei soldi.
De Benedetti anticipa le obiezioni e trova delle alternative con una seconda proposta. Se i soldi non possono arrivare per passare totalmente al web allora che si finanzi per mantenere in vita i giornali. Tra l’altro i giornali ricevono già finanziamenti pubblici. Ma da dove dovrebbero arrivare i danari? Dai provider! Carlo de Benedetti, presidente de L’Espresso, equipara i provider a Sky. Sky offre una televisione a pagamento e rigira parte degli utili a chi produce i contenuti. I provider dovrebbero fare la stessa cosa. Peccato che non possiedano internet e che i produttori di contenuti sono talmente tanti che si finirebbe per avvantaggiare i soggetti grandi ignorando i piccoli, come questo blog. Assurdo insomma. Anche considerando che in teoria lo stato dovrebbe partorire un’idea per dare accesso broadband a tutti gli italiani, tenendo presente la mancanza di fondi.
Insomma De Benedetti cerca di attirare risorse che non gli spettano. La mancanza di idee e di investimenti di entità nate 200 anni fa comincia a far sentire i suoi effetti. Bisogna stare al passo coi tempi. In effetti i giornalisti che De Benedetti presenta come dei professionisti eccellenti spesso e volentieri attingono a piene mani da Wikipedia!
Archiviato il 21/09/2009 alle 10:52 come News da Caribe 1999
E’ stato pubblicato un interessante ricerca da parte dell’”Osservatorio Contenuti Digitali” che descrive come si stia evolvendo l’uso di Internet in Italia.
La prima considerazione che fa la ricerca è che sempre più persone utilizzano Internet. L’incremento rispetto all’anno passato è di circa il 2%. Rimane però un buon 55% delle popolazione sopra i 14 anni che o non usa affatto la rete o la usa pochissimo. In questo profilo rientrano persone con una scarsa o bassa propensione alla cultura e che sono scarsamente attratti dalla tecnologia. L’insieme di queste due caratteristiche li porta ad essere ai margini del mondo dinamico e stimolante della rete, non perché obbligati, ma per propria scelta.
Un buon 15% rappresenta invece una categoria che usa Internet, ma per motivi scarsamente culturali. Utilizzano quei servizi che permettono di interagire che altre persone, ma non approfittano della rete per aumentare il loro livello di conoscenze e quindi non vanno a visitare siti con contenuti di qualità.
Rimane quindi un 30% di persone che sono intellettualmente attivi e che si dividono tra chi è patito di tecnologie e chi le usa solo perché deve.
Le percentuali cambiano molto se si guarda solo la popolazione under-24, che, cresciuta circondata da tecnologie, è quella che la usa meglio. In questa fascia d’età c’è anche una presenza femminile che supera quella maschile e i due generi utilizzano anche servizi diversi.
Il link in alto vi porta direttamente sulla pagina dell’Osservatorio da cui accedere direttamente ai dati risultanti dallo studio.
Internet è il posto più bello del mondo, ignoriamo per un attimo alcuni suoi aspetti negativi che però non sono nati con Internet. Purtroppo però alcune persone non capiscono Internet, ne hanno paura, e se sono nella condizione di farlo tentano di imbrigliarla, legiferando in maniera isterica. Internet rappresenta il futuro, come le navi a motore che sostituirono quelle a vela, come le automobili che sostituirono le carrozze, come la democrazia sostituì un governo di pochi.
Questo manifesto, redatto da un gruppo di blogger tedeschi, vuole rappresentare il manifesto della nostra epoca, delle nostre idee sul mondo virtuale dove si annulla lo spazio e la collaborazione diventa un principio fondamentale in un mondo fatto di conoscenze. Il manifesto è poi stato ripreso da noi da un giornale e da un politico, speriamo che serva a qualcosa… Continua a leggere »