Islanda, l'isola della libertà d'informazione

L’Islanda è quel paese remoto del nord Europa noto per alcuni aspetti caratteristici: montagne, vulcani e crack finanziario. D’ora in avanti sarà noto anche per un altro aspetto più interessante: sarà l’unico paese al mondo in cui ci sarà una totale libertà d’informazione. Ma non solo libertà, addirittura chi pubblica un qualcosa sarà protetto dalla legge che lo aiuterà a difendersi dalle accuse. Continua a leggere »

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Chiusi 73.000 blog per un link terrorista

Se in Italia si cerca di evitare in tutti i modi la legge bavaglio e ogni tanto rispuntano come funghi delle norme che cercano di “responsabilizzare” Internet rendendo perseguibili i blogger nel momento in cui qualcuno si sentisse offeso dai commenti a un post, dall’altra parte dell’oceano non se la passano tanto meglio. Continua a leggere »

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Telegiornali in crisi?

Leggo questo articolo del Corriere e penso che la crisi dei telegiornali non sia poi questa gran sorpresa.

Come dice lo stesso articolo chi si vuole tenere realmente informato utilizza i canali all-news come RaiNews24 o segue sempre di più Internet perché questi mezzi offrono un’informazione costante e di una cerca qualità. Chi oggigiorno guarda il TG della sera lo fa solo per sapere a grandi linee cosa succede.

Nell’era dell’informazione i canali sono sempre più specifici e tematici. Avere un TG che in mezz’ora scarsa ti parla di politica interna, politica estera, cronaca, curiosità, gossip e sport è praticamente inutile. Si è tentato di contrastare l’emorragia aumentando la componente “gossip e cazzate” (come succede per Studio Aperto), ma non è certo la soluzione e i fatti lo dimostrano…files/files/

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News dalla Casa Bianca: l'ordigno "Fine di Internet"

Che gli Stati Uniti d’America abbiano sempre considerato Internet una loro proprietà è un fatto noto. In base a questo idea hanno anche stabilito che possono disattivarlo a loro piacimento. È fondamentalmente questo il contenuto del The Protecting Cyberspace as a National Asset Act. Continua a leggere »

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Telecom, è arrivato il momento dello scorporo?

Sono anni e anni che ci si lamenta che lo sviluppo della rete in Italia procede a rilento. L’infrastruttura è in ritardo rispetto agli altri paesi europei, la concorrenza è scarsa, tante persone sono tagliate fuori.

Facciamo un salto nel passato. Nel 1997 è tempo di privatizzazioni. Lo stato vende in blocco l’azienda delle telecomunicazioni. Successivamente Telecom, malgrado i vari passaggi di mano in cui accumula debiti in cambio di nulla di concreto, rimane monopolista della parte fisica della rete. In teoria è chiamata a garantire l’accesso anche ai concorrenti, ma è evidente che nessuno è tanto ingenuo da permettere ad un concorrente di prendere il sopravvento. Nasce Fastweb che crea una propria rete, ma è difficile competere con un concorrente che ha già tutto, senza aver speso niente.

Ammetto che la sintesi è troppo semplificativa, ma tanto basta poco per trovare una cronologia più dettagliata. In ogni caso il risultato è che Telecom offre un servizio e dà la possibilità ai propri concorrenti di offrire lo stesso servizio. Ma intanto lo sviluppo langue perché, avendo dei concorrenti che in realtà alle sue dipendenze, ha poco interesse a migliorare l’infrastruttura.

Succede così che sono mesi che lo stato fa pressioni sull’azienda per cambiare la situazione. La situazione ideale sarebbe una gestione collettiva dell’infrastruttura da parte delle aziende che poi farebbero a gara nel fornire il servizio migliore. Anche l’Unione Europea è di questo avviso, ma Telecom cerca di resistere in tutti i modi. Proponendo delle soluzioni finte, come Open Access. Oppure puntando i piedi.

C’è chi dice che dando la nostra rete a soggetti come Vodafone, Fastweb o Wind, che sono di proprietà straniere, si perde l’italianità dell’infrastruttura. Meglio una rete in parte straniera, ma moderna, che una 100% italiana e scricchiolante. In fin dei conti a noi appassionati di Internet interessa solo navigare in libertà.files/files/

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Sentenza Google: il futuro di Internet in Italia

Gli ultimi tempi sono assai difficili per Google: attacchi dalla Cina, la concorrenza di Microsoft (elenchiamola, và!), la crisi globale. In Italia poi è messa anche peggio: il decreto Romani che vorrebbe equiparare i grandi soggetti web a degli editori responsabili e, in definitiva non tanto distante, il caso Google – Vividown. Continua a leggere »

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Cina e Internet, un difficile rapporto di convivenza

Il mondo, lo dice anche il proverbio, è piccolo. E i problemi, in un mondo piccolo e affollato, nascono come funghi. In queste settimane si fa un gran parlare della controversia che vede protagonisti il governo cinese e Google e, per il principio per cui nessuna azienda americana è mai lasciata da sola, il governo degli Stati Uniti d’America.

Ecco una breve sintesi dei fatti dal nostro punto di vista: un gruppo di hacker cinesi pagati dal loro governo ottengono l’accesso ad alcune caselle eMail di attivisti e dissidenti, nemici del governo cinese. Google non la prende bene e minaccia di disattivare i filtri imposti dalla censura cinese ed eventualmente abbandonare quel mercato. I cinesi rispondono che possono pure andare, ma di disattivare i filtri non se ne parla.

Ecco invece una versione cinese: sono anni che gli USA vogliono piantare il seme della discordia in Cina. Il governo americano usa Internet, nella forma di Twitter o Youtube, come mezzo per la trasmissione del proprio progetto di dominio globale. Gli USA vogliono che i cittadini cinesi imparino a conoscere il mondo attraverso la loro propaganda, vogliono creare un clima di disarmonia per distruggere la Cina. L’esempio viene dall’Iran dove sono partite delle rivolte organizzate attraverso Internet. Google è la testa di ponte di questa politica e la Cina ha il diritto di difendersi.

È chiaro che il governo cinese ha qualche problema a capire come funziona la rete da noi. Il nostro non sarà il migliore dei mondi, ma possiamo liberamente esprimerci su quasi tutto. Sono solo esclusi, per esempio, la pedofilia o la diffamazione dei politici italiani, ma, sempre per esempio, si può liberamente organizzare un “No B-Day”. Impedire che la gesta possa usare Internet per scambiarsi idee e opinioni vuol dire che lo stato non si fida dei propri cittadini, evidentemente perché la maggioranza farebbe le cose in modo diverso. Triste destino per una nazione.

Sicuramente la Cina può fare a meno di Google perché Baidu, il motore cinese, già fa il doppio delle ricerche. Ma il mondo occidentale può fare a meno del mercato cinese? Probabilmente no, altrimenti perché tutta questa fatica?files/files/

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Abbattiamo i troll con lo spam

Continua il delirio dei nostri politici nella loro crociata contro il web. Il giorno di Santo Stefano il senatore Maurizio Gasparri ha proposto di “usare la rete contro gli avvelenatori della rete”. Un genio. Usare lo spam contro i troll perché bisogna “Fare tutto cio’ che puo’ essere consentito” per contrastare chi fa apologia di reato. Consentito lo spam? Bah…

Se Maurizio Gasparri dovessere mai leggere queste righe gli vorrei ricordare quali sono le strategia giuste per combattere i troll:

  • Do not feed the trolls. Do not reply to this thread. Let it fall to the bottom or be locked.
  • L’apatia e l’indifferenza sono il principale strumento contro i troll.
  • Evitate a tutti i costi la comunicazione con i troll. Non è solo inutile, è dannosa.
  • Fate bannare i troll senza proferire parola alcuna.
  • Il maestro dell’anti-trollaggio combatte senza combattere. Fate tesoro di questo precetto Zen e ogni troll che incontrate giacerà morto ai vostri piedi in pochi istanti.
  • La differenza fondamentale con il fake è che il troll quasi sempre vuole essere individuato e accusato.
  • Il troll tenterà di cambiare l’argomento della discussione con il trollaggio stesso il prima possibile.
  • Non dirgli mai che è un troll: lo prenderà come un complimento e insisterà.
  • Se non è un troll, è un lamer.
  • Se non è un lamer, è un bimbominkia.
  • Se non è un bimbominkia, è un fake.

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Psicoreato in agguato

Chi ha letto 1984 di George Orwell ha ben presente il concetto di “psicoreato”. Si tratta di un reato che non viene commesso, ma solo pensato. Magari non è neanche un intento di compiere un’azione, ma solo un idea, o un pensiero. Nel racconto il Grande Fratello (non il Big Brother televisivo) usa lo psicoreato per tenere a freno ogni qualsivoglia tendenza di opposizione al pensiero ufficiale.

Nel mondo reale “psicoreato” si legge “reato d’opinione” e, tornando dalle vacanze natalizie post attentato a Berlusconi, mi trovo a leggere alcune cose preoccupanti.

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Attentato a Berlusconi… colpa di Facebook!

berlusconiLa storia ci insegna che, spesso e volentieri, la reazione da parte dell’autorità a una violenza è un danno per tutti. Il potere, sopreso e spaventato da una dimostrazione di insofferenza da parte dei cittadini, cerca subito il modo di bloccare un simile evento futuro e, già che c’è, si toglie anche qualche altra soddisfazione.

E’ capitato che Silvio Berlusconi sia stato colpito al viso durante un bagno di folla. Considerando che sono circa 15 anni che si diverte a fare questo genere di attività e che nel frattempo aveva solo rimediato un treppiedi in testa dovrebbe dirsi fortunato. Se solo potesse ascoltare i discorsi di certe persone tra parenti e amici gli si rizzerebbero di capelli in testa e andrebbe in giro con uno scafandro.

Silvio Berlusconi è stato colpito da un ingegnere/perito/fanatico/matto.  La reazione a un tale episodio? Chiudere i gruppi su Facebook! Come se ci fosse Emilio Fede al governo si sta per proporre un decreto che in qualche modo faciliti la chiusura  e la censura di tutto quello che in rete incita alla violenza. Come al solito in Italia, quando succede qualcosa, si fa una bella leggina. Come se tutte quelle proposte, discusse, votate e approvate fino ad ora fossero inutili. Certo, l’istigazione alla violenza può essere considerato un reato, ma basterebbe fornire le giuste risorse alle nostre forze di polizia invece di stringere l’ennesima volta il bullone della censura applicando pene più cattive.

Succede anche che si scopre che i gruppi su Facebook possono cambiare nome e scopo senza esserne neanche avvisati. Facebook è proprio il cazzeggio trasformato in sito. Un minestrone di persone che si aggrega e si separa, come un branco di pesci o uno stormo di uccelli. Indubbiamente divertente, ma infinitamente frivolo. Adesso ci pubblico questo articolo, almeno contribuisco con qualcosa di utile.files/files/

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